|
È passato un anno dal colpo di stato in Honduras: il 28 giugno 2009 un commando militare ha prelevato il presidente costituzionalmente eletto Manuel Zelaya dalla casa presidenziale in piena notte per poi espellerlo in Costa Rica.
Imperdonabile che Manuel Zelaya abbia adottato iniziative sociali e progressiste e che in politica internazionale si sia unito alla cordata di governi progressisti che rinnegano le politiche neoliberiste che hanno dominato gli anni novanta associandosi all'Alternativa Bolivariana delle Americhe, il progetto di cooperazione e integrazione latinoamericana creato da Hugo Chavez e che abbia restaurato relazioni diplomatiche con Cuba. Imperdonabile che Zelaya volesse chiedere al popolo di pronunciarsi sulla convocazione di un'Assemblea Costituente proprio quel 28 giugno.
Un'iniziativa approvata con la firma di 400.000 cittadini honduregni, le tre centrali sindacali operaie, il Bloque Popular dell'Honduras e tutta una serie di organizzazioni sociali, ma non dai settori imprenditoriali, non solo locali, che temevano un cambiamento nei loro privilegi fiscali e nella politica di sfruttamento delle risorse naturali del paese.
La decisione di Zelaya di elevare del 60% il salario minimo dei lavoratori è stata probabilmente l'ultimo elemento scatenante nella decisione di rimuoverlo con la forza dalla sua carica. Non è un segreto che la Chiquita e la Dole si siano apertamente lamentate della proposta di riforma sindacale di Zelaya e quando il decreto sulla paga minima è stato approvato hanno chiesto e ottenuto l'appoggio dell'intero COHEP (Consejo Hondureño de la Empresa Privada).
Il susseguirsi di violazioni in Honduras ha portato ad una escalation non solo di illegalità ma anche di violenza e repressione: con la complicità dell'oligarchia locale e del settore imprenditoriale, l'esercito dell'Honduras ha rievocato i tempi più oscuri degli anni ottanta, quando si prestava fedelmente ad eliminare qualunque iniziativa o movimento sociale che avrebbe potuto pretendere un minimo di avanzamento dei settori più poveri del paese. E, tragicamente, hanno ripetuto le stesse modalità di quegli anni: repressione violenta delle manifestazioni, con morti e feriti a causa di colpi di arma da fuoco sparati dall'esercito; esecuzioni extragiudiziali, minacce, arresti arbitrari, totali restrizioni alle libertà di associazione, di espressione, di stampa; sospensione delle libertà individuali, instaurazione del coprifuoco.
Il popolo honduregno non ha accettato il colpo di stato, ipocritamente definito "sostituzione costituzionale". Anzi, forte proprio del rispetto della Costituzione, il popolo honduregno, ispirandosi all'Articolo 3 della Costituzione della Repubblica dell'Honduras "Nessuno deve obbedienza ad un governo usurpatore né a coloro che assumono funzioni o ruoli pubblici con la forza delle armi o usando mezzi o procedimenti che violino o disconoscano ciò che questa Costituzione e le leggi stabiliscono. Gli atti verificatisi per tali autorità sono nulli. Il popolo ha diritto a ricorrere all'insurrezione in difesa dell'ordine costituzionale", ha iniziato a manifestare - sempre in maniera pacifica - prima per chiedere il ritorno del presidente costituzionalmente eletto, e ora affinchè venga ripristinato un vero Stato di Diritto.
Il Frente Nacional de Resistencia Popular (FNRP) è nato allora: le forze democratiche e progressiste, uomini, donne, giovani e anziani che si sono ritrovati e riconosciuti nelle piazze di tutto il paese. Le realtà che compongono il FNRP sono attive da tempo. Ne fa parte il Bloque Popular, nato nel 2000 per contrastare la firma del CAFTA (Centro America Free Trade Agreement), e composto da diverse organizzazioni di contadini, operai, organizzazioni per la difesa dei consumatori, studenti. Il Frente è una formazione molto particolare e trasversale che mantiene uniti gruppi con ideologie molto diverse, e, inoltre, include circa 150 organizzazioni nazionali che appartengono al Coordinamento Nazionale di resistenza popolare, nato nel 2003 come movimento di pressione popolare.
Va ricordato, citando le parole di Betty Matamoros del FNRP, che "Mel (Manuel Zelaya, nda) veniva dal Partido Liberal, un partito di destra e conservatore (di cui una parte a favore del colpo di stato), e rappresentava l'oligarchia, ma ha guardato al popolo che lo aveva votato. Ha ridotto il costo dei combustibili, grazie a un accordo con Petrocaribe, ha bloccato le concessioni minerarie, ha interrotto il processo di privatizzazione dei servizi pubblici, ha riscattato dalla Stermicas la fornitura di energia, ha aumentato il salario minimo del 60%, ha portato l'Honduras nell'ALBA, ha iniziato i lavori per la conversione dell'aeroporto militare della base USA di Soto Cano in aeroporto commerciale. Grazie anche alla pressione dei movimenti popolari il processo era avviato ed ora è stato interrotto. Ed è innanzitutto quel processo che noi difendiamo."
E la difesa di quel processo è all'origine anche del giusto non riconoscimento delle successive elezioni, svoltesi in clima di violenza e totalmente militarizzate il 29 novembre 2009, con cui è stato eletto Porfirio Lobo. Queste elezioni sono state una farsa riconosciuta da chi ha interessi nella regione, a discapito della volontà popolare.
Nonostante i tentativi di Porfirio Lobo, supportati anche dagli Stati Uniti che si prodigano nel chiedere la riammissione dell'Honduras nell'Organizzazione degli Stati Americani da cui è stato espulso in seguito al colpo di stato, di presentare una nuova faccia del paese, di sostenere che vi sia un processo di riconciliazione in corso, le violazioni dei diritti umani, gli arresti illegali, le torture e gli omicidi selettivi continuano ad essere una costante quotidiana.
Sono più di 9.000 le violazioni registrate, dal 30 gennaio al 28 maggio 2010, dal COFADEH (Comitato dei Familiari dei detenuti scomparsi in Honduras) dopo il colpo di Stato e 544 gli "incidenti" accaduti a coloro che difendono i diritti umani. In Honduras continuano ad imporsi le forze economiche e politiche golpiste, usando le istituzioni pubbliche che dovrebbero applicare la giustizia.
Impera l'ipocrisia: recentemente è stata chiusa la radio comunitaria di Zacate Grande, continua la rappresaglia contro i sindacalisti dell'Università Autonoma dell'Honduras, UNAH, e il licenziamento di giudici e magistrati che si sono opposti al golpe, come nel caso di Tirsa Flores, dell'associazione Giudici per la Democrazia in Honduras, espulsa il 5 maggio scorso.
La stessa ipocrisia manifestata dall'Unione Europea, fin dal colpo di stato, che ha sì debolmente condannato, ma che non ha mai sospeso il sistema di preferenze tariffarie generalizzate (SPGplus) in vigore con l'Honduras - le quali consentono un accesso preferenziale al mercato comunitario per i prodotti originari di paesi in via di sviluppo che rispettano determinate norme internazionali in materia di diritti umani e diritto del lavoro - come previsto per i paesi che si rendono responsabili di violazioni gravi e sistematiche come quelle che sono avvenute e stanno avvenendo in Honduras.
Ipocriti i paesi che hanno prontamente riconosciuto il risultato delle elezioni, Usa, Costa Rica, Spagna, per non parlare dell'Italia che all'indomani del risultato, durante il IV Vertice Italia-America Latina ha visto il presidente del consiglio Berlusconi festeggiare il ritorno della democrazia nel paese.
Oggi la lotta in Honduras continua. La Resistenza cresce ogni giorno e si estende su tutto il territorio nazionale coordinando le diverse agende politiche e sociali in un unico progetto unitario con il quale si è cominciato a costruire i pilastri su cui verrà fondata una nuova società in Honduras.
Lobo punta ad applicare uno dei progetti neoliberisti più aggressivi degli ultimi tempi: verranno privatizzata non solo l'acqua, i fiumi, i boschi, i servizi pubblici come la salute e l'educazione, verranno sostenuti i trattati di libero commercio.
Nel processo di resistenza e rifondazione del paese si colloca la raccolta di firme per convocare un'Assemblea Costituente popolare, e nel giorno del primo anniversario del colpo di stato verrà installata una Commissione di Verità promossa dalla Piattaforma per i Diritti Umani dell'Honduras, in contrapposizione a quella promossa dal governo, ritenuta "illegale dal momento che è stata istituita mentre l'ordine costituzionale non è stato ristabilito ed illegittima perché non tiene conto degli standard internazionali in quanto a buone pratiche e principi stabiliti dalla messa in atto di più di 30 commissioni di verità nel mondo." E ancora, dal comunicato del Frente: "Come si può credere, inoltre, nella buona volontà di coloro che controllano le tre istituzioni dello Stato quando parlano di riconciliazione se sono gli stessi che hanno partecipato al colpo di Stato, gli stessi che si sono prescritti un'amnistia per liberarsi di future indagini giudiziali, gli stessi che hanno trasformato in "eroe" dell'Honduras un criminale senza scrupoli, gli stessi che frodando la legge hanno destituito la Giunta dei Comandanti per espatriare ed esiliare un Presidente Costituzionale, gli stessi che hanno premiato Romeo Vásquez Velásquez nominandolo amministratore della HONDUTEL, gli stessi che continuano a saccheggiare i beni dello Stato e a reprimere il popolo honduregno?"
Il FNRP ha lanciato un appello internazionale affinché il primo anniversario si trasformi in una celebrazione del popolo honduregno e del suo coraggio: "Questo 28 giugno compiamo il nostro primo anniversario come Frente Nacional de Resistencia Popular (FNRP), ma non lo vogliamo fare ricordando l'attacco alla democrazia fatto dai golpisti, anzi, vogliamo celebrare la nascita della vera democrazia popolare che ha iniziato il suo cammino verso la rifondazione dello Stato e verso la costruzione di un futuro giusto per tutti e tutte.".
In Italia l'invito è stato raccolto: il 28 giugno a Milano, presso il CSA Baraonda, si terrà una serata dedicata all'Honduras (promossa da CICA, CSA Baraonda, Associazione Italia-Nicaragua, Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra Europea, Selvas.org) con la partecipazione di Wilmer Rickly come rappresentante del FNRP.
Non è solo per solidarietà che è stato raccolto questo invito: l'Honduras ci riguarda. E non solo per gli investimenti che l'Italia e le multinazionali italiane hanno nel paese: ricordiamo la Astaldi, con il mega-progetto turistico "Los Micos beach & resort centre", lungo la costa caraibica dell'Honduras, nella zona che per un paio d'anni è stata il teatro del reality show l'"Isola dei famosi", che mostrando il bel mare della Bahia preparava i teleutenti italiani ai viaggi nei nuovi villaggi vacanza in costruzione nella Regione; o l'umbra Colacem, parte del gruppo Colaiacovo a cui fa riferimento il Goldlake Group, che controlla la Five Stars Mining (in un gioco di scatole cinesi che rende più difficile identificare le responsabilità) che opera nel dipartimento di Olancho nella miniera di Agalteca in conflitto con la comunità indigena; oppure il recente accordo con il governo italiano per il finanziamento di lavori di ampliamento della diga Nacaome pari a un importo di 27 milioni di Euro (di cui 24 come prestiti).
L'Honduras ci riguarda perché l'attacco al processo di cambiamento in corso nel paese è una risposta alle alternative che si sta cercando di portare avanti nella regione, è un attacco ai movimenti sociali, alla democrazia, alla volontà popolare.
L'Honduras ci riguarda perché rappresenta un pezzo importante nella lotta contro il capitalismo, il patriarcato e il neoliberismo.
E per quello che sta accadendo anche da noi, potremmo apprendere molto dal popolo honduregno.
Anna Camposampiero
Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra Europea
Per maggiori informazioni sul Frente Nacional de Resistencia Popular:
www.resistenciahonduras.net
|