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Le parole d’ordine con cui i governanti europei, incluso quello italiano naturalmente, stanno giustificando in ogni paese le misure lacrime e sangue da approvare per far fronte alla crisi dei debiti sovrani, sono ovunque le stesse. Non dobbiamo fare la fine della Grecia, ripetono all’unisono.
Come avevamo previsto quindi, quello che ieri riguardava la Grecia, ovvero l’utilizzo della crisi del debito pubblico per sferrare un attacco senza precedenti alle condizioni materiali di vita dei lavoratori e allo stato sociale( già debole) ellenico, sta oggi ripercuotendosi nel resto nel vecchio continente.
In nome di un nuovo stato di necessità, vengono di corsa approvate manovre finanziarie drastiche. Oggetto dell’attacco, ovunque, lo Stato sociale. Si inizia dai dipendenti pubblici, per poi arrivare a tutto il mondo del lavoro salariato, alle pensioni, alla sanità, alla scuola.
Quello che è avvenuto la notte fra l’otto e nove maggio del 2010, in una triste coincidenza di date con l’anniversario della liberazione dell’Europa dal nazifascismo, nella riunione dell’ecofin, rappresenta un vero e proprio colpo di stato monetario.
Con la decisione di rispondere agli attacchi speculativi contro l’euro e i paesi a rischio default attraverso la creazione di un fondo di 750 miliardi di euro, si è ipotecata qualsiasi possibilità di decisioni alternative. Si è anzi messo un macigno sul futuro delle prossime generazioni. Un macigno che porterà il nome di precarietà, sacrifici, privatizzazione di scuola e sanità. Tutto in nome della salvezza dalla bancarotta. Una bugia, visto che già i più ottimisti fra gli analisti economici, dicono che se va bene queste misure allontaneranno il problema del debito, non certo lo risolveranno. Vale per la Grecia, come per il resto d’Europa.
Si è agitato il capro espiatorio della speculazione, senza dare volto e nomi a chi è materialmente che pratica la speculazione. Quasi non fossero banche ed istituti finanziari, gli stessi che per essere salvati due anni fa, avevano ricevuto dagli stati migliaia e migliaia di euro, che hanno puntualmente riutilizzato per nuove e più redditizie speculazioni. Chi ha in questi anni sostenuto la totale libertà di movimento per i capitali, la totale deregolamentazione dei mercati, se non i tecnocrati europei, la grande coalizione liberale, popolare e socialista europea che ha disegnato l’intera architettura istituzionale europea per garantire solo ed elusivamente la politica monetarista e l’inviolabilità della banca centrale europea, evitando e spogliando la politica di qualsiasi potere di intervento se non quello dei tagli, abbondantemente ripetuto negli anni.
Sono loro i responsabili di questa crisi, come la sua origine è nella politica neoliberista che l’ha causata e che oggi pensa di uscirne attraverso un nuovo giro di vite, un definitivo assalto al modello sociale europeo, quello del welfare state e dei diritti.
Occorre svelare le bugie, raccontare quello che realmente accade ed è in gioco in questi mesi. Andare oltre la cortina fumogena dei tecnicismi e della presuntà neutralità con cui vengono presentate le misure emergenziali. Queste misure porteranno solo nuova disoccupazione, stagnazione se non recessione economica, e trasferimento di ricchezza dal lavoro al capitale. C’è un’alternativa. Un’alternativa radicale e di fondo, di sistema.Che rimetta in discussione dalle fondamenta il modo di funzionamento dell’Unione europea, cancellando Maastricht e il patto di stabilità, affossando l’inutile e dannoso trattato di Lisbona, per ridefinire su basi sociali e politiche radicalmente opposte le priorità. Va rimesso al primo punto l’obiettivo della piena occupazione, la nazionalizzazione delle banche e del sistema finanziario, la tassazione del capitale speculativo, l’armonizzazione dei sistemi fiscali e la cancellazione, non decaloghi di buone intenzioni che nessuno rispetterà, dei paradisi fiscali.
Non serve un approccio emendativo, o una semplice richiesta di maggiore equità. Questo sistema, economico, sociale e politico che domina da trent’anni, si fonda sull’esaltazione della disuguaglianza come elemento cardine. Va quindi messo in discussione alla radice.
Per fare ciò serve un’ampia alleanza. In difesa del lavoro e dei beni comuni. In Italia e in Europa. Un’alleanza che metta insieme forze politiche e sociali che hanno il comune obiettivo di costruire un’alternativa al neoliberismo. Forze politiche e sociali che sappiano che il problema è nel capitalismo, nella sua forma neoliberista, in questa globalizzazione, non nella cattiveria di qualche cattivo sconosciuto e anonimo ( che pur esiste) speculatore.
Non saranno coloro che ci hanno portato qui a farci uscire dalla crisi. Le riforme strutturali che invocano, centro destra o centro sinistra, sono in realtà riforme che chiedono di affossare strutturalmente il modello sociale europeo.
Per uscire dalla crisi dobbiamo uscire dal neoliberismo. E serve la lotta di classe, con una capacità di azione nazionale ed europea. Occorre una presa di coscienza della maggioranza dei popoli che subiscono oggi il furto di futuro che le classi dirigenti europee stanno preparando. Occorre lavorare quindi per uno sciopero generale non solo nazionale, ma anche europeo. Perché è l’europa, questa europa liberista e il suo futuro, il terreno concreto dello scontro di classe in questo momento.
Fabio Amato
Responsabile nazionale esteri PRC
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