Colombia: Uribe scaricato dagli USA, ma il voto premia ancora le destre PDF Stampa
Scritto da Giovanni Santini   
Venerdì 19 Marzo 2010 19:07

La Corte Costituzionale colombiana ha posto definitivamente fine all’aspirazione ad un terzo mandato presidenziale consecutivo di Alvaro Uribe, a causa delle molteplici irregolarità della proposta di referendum con cui l’elettorato si sarebbe dovuto pronunciare su tale eventualità.
Per pura coincidenza, nei giorni antecedenti la pronuncia della Corte si trovava in visita in Colombia il Direttore della CIA, Leòn Panetta. Pare che abbia avuto un breve incontro privato con il Presidente per spiegargli i motivi che rendono necessario un cambio alla guida del paese. Una strategia di “pulizia”, un volto nuovo da presentare all’opinione pubblica mondiale. Gli USA si stanno specializzando in questo tipo di operazione, dopo il successo, almeno per ora, riportato con Obama.
Chissà se Panetta avrà ricordato ad Uribe che il numero 82 della lista dei narcotrafficanti più pericolosi del mondo, elaborato dalla DEA ed in mano alla CIA, corrisponde al suo nome o che quando era Direttore dell’Aeronautica civile concedeva con molta facilità permessi a tutti gli aerei ed elicotteri con carichi sospetti. Durante tutto il periodo dei suoi due mandati questo Presidente è stato tenuto in pugno dagli USA, senza alcuna via di uscita, e quindi costretto a consegnare il paese in cambio della sua impunità. Fatto sta che l’unica reazione che il povero Uribe si è concesso, di fronte all’ordine secco di farsi da parte, è stata l’amara constatazione che “ vogliono imporci da fuori il nuovo presidente”.

Ed il nuovo Presidente made in USA è già bello e pronto. Si tratta di Juan Manuel Santos, ex Ministro della Difesa e leader del Partito Sociale di Unità Nazionale, meglio conosciuto come il “Partito della U”, nato da una divisione del Partito Liberale.
Che Santos sia un volto nuovo, dopo che per quasi un decennio l’immagine della Colombia è stata associata a quella di Uribe, è indubbio. Ma che, in caso di sua vittoria alle elezioni del 30 maggio, possa cambiare qualcosa nel paese può crederlo solo chi conosce solo superficialmente quella realtà.
Le oligarchie economiche e finanziarie, i grandi latifondisti, le cupole militari e mediatiche non perderanno niente con l’uscita di scena di Uribe. Anzi, con la sentenza della Corte e con l’esercizio elettorale cercheranno di ridare legittimità democratica ad un Parlamento e ad una Presidenza che l’avevano irrimediabilmente persa, nonostante tutto, negli ultimi anni e con gli scandali che avevano coinvolto quasi tutto il personale politico della maggioranza.

Il Paese che lascia Uribe è in condizioni disastrose, una delle nazioni con più disuguaglianza nel mondo. Secondo i dati della CEPAL (Commissione Economica per l’America Latina ed i Caraibi) il 49% della popolazione vive sotto la linea della povertà e di questi, circa il 15% in indigenza. I bambini sono tra le principali vittime della povertà: il 45% sono poveri ed il 17% indigenti e ogni anno ne muoiono 20.000, minori di 5 anni,  per mancanza di acqua potabile. Il 70% della popolazione attiva è disoccupata o vive di lavori informali. Il sistema sanitario sta per esplodere ed i programmi assistenziali coprono solo una minima parte delle esigenze della gente.
Nel frattempo, però, la spesa militare è triplicata per la costituzione ed il mantenimento dell’esercito più grande dell’America latina ed il debito pubblico è quasi raddoppiato.
I prodotti tradizionali dell’economia agricola colombiana sono in via di estinzione e solo i settori degli idrocarburi e delle miniere tirano ancora.

In questo contesto di impoverimento e di malcontento sociale, lo Stato si erge a garante degli interessi delle oligarchie locali e delle multinazionali con il più grande apparato repressivo dell’America latina. Azioni militari e paramilitari contro le comunità contadine, sgomberi forzati dalle proprie terre di interi paesi, sparizioni, assassinii di sindacalisti e leader sociali spacciati poi per guerriglieri delle FARC, mistificazioni e guerra mediatica fanno parte di questa strategia.
E’ illusorio pensare che questa possa cambiare con l’uscita di scena di colui che pur ne ha rappresentato il simbolo più visibile. L’oligarchia continuerà ad avere un monopolio criminale sulle terre, l’apparato repressivo di Stato continuerà ad adempiere il suo compito, il debito estero continuerà a mantenere in condizione di schiavitù la popolazione colombiana, le multinazionali continueranno a saccheggiare le risorse naturali del paese e le basi militari e la presenza della CIA continueranno a garantire agli USA il vero comando.
Santos,  Noemi Sanin, la candidata del Partito conservatore o chi per loro, in cambio del potere effimero e di ricchezze, dovranno assicurare l’impegno della struttura statale nella repressione del malcontento sociale e magari una politica ancora più aggressiva contro il Venezuela di Chavez, il vero incubo latinoamericano del governo statunitense.
 
Il risultato delle elezioni legislative del 14 marzo scorso ha ratificato, in maniera apparentemente paradossale, questo status quo. Ne sono usciti rafforzati i tre partiti di destra che hanno sostenuto Uribe: il Partito della “U”, il Partito Conservatore ed il PIN (Partito di Integrazione Nazionale) che hanno visto consolidarsi la loro maggioranza sia al Senato che alla Camera.  Sul fronte anti-uribista, il Partito Liberale ha mantenuto i propri seggi, mentre, a sinistra, il Polo Alternativo Democratico è in sostanziale flessione, vedendo diminuire i propri seggi al Senato da 10 a 8.
Ma sul risultato delle elezioni incidono pesantemente una serie di fattori. Su un totale di quasi 30 milioni di elettori, soltanto il 44% si è recato alle urne, con punte di astensionismo del 75% nelle zone rurali e semirurali e del 60% nelle zone urbane. E se consideriamo i quasi due milioni di voti nulli o bianchi, ci accorgiamo che il futuro Parlamento della Colombia è stato eletto da una ristretta minoranza, alla faccia della “democrazia”.

Ma non basta. Anche questa esigua quantità di voti validi sono, per la maggior parte, il frutto della macchina burocratica e della compravendita di voti. Tutti gli impiegati pubblici hanno dovuto garantire, pena la perdita del posto, il voto loro e di familiari e amici. E tutti gli osservatori internazionali hanno segnalato fenomeni di compravendita di voti soprattutto nei settori più poveri della popolazione. Diecimila pesos, l’equivalente di 4 euro, due per il Senato e due per la Camera, per votare i candidati indicati.  Un’indagine del canale Caracol ha mostrato come esponenti del Partito Conservatore comprassero pacchetti interi di voti a Cartagena.

Insomma, uno dei più chiari esempi di come la “democrazia elettorale”, tanto celebrata dai nostri politici e base del loro potere, non dia alcuna garanzia di partecipazione popolare e di legittimità degli eletti come rappresentanti del popolo.
E, a proposito di legittimità, almeno 35 tra gli eletti hanno problemi legali o sono parenti di politici detenuti per le loro relazioni con i paramilitari o con il narcotraffico.
No, in Colombia le cose non sono cambiate con l’uscita di scena di Alvaro Uribe ed il cammino di quel popolo verso una democrazia sostanziale e verso l’affrancamento dal domino dei poteri forti e dalla soggezione agli Stati Uniti è ancora lungo e irto di ostacoli. 

      
    

 

 

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