In Cile si va al ballottaggio PDF Stampa
Rubriche - America latina
Scritto da Administrator   
Venerdì 18 Dicembre 2009 12:08

 

 
Marco Consolo (Santiago de Chile)
      Dopo Uruguay e Bolivia, battuta d’arresto in Cile per la trasformazione latinoamericana. Nelle elezioni di domenica scorsa, le quinte dalla fine della dittatura di Pinochet, nessuno dei candidati alla Presidenza raggiunge la maggioranza al primo turno, mentre si eleggono la totalità dei deputati (120) e 20 dei 38 senatori. Il ballottaggio per definire il prossimo presidente sarà il 17 gennaio.

 
In testa il candidato della destra, l’imprenditore multimilionario Sebastian Piñera, un mix tra Berlusconi e Sarkozy, che raggiunge il 44%  dei voti con la coalizione “Alleanza per il  cambiamento” che riunisce Renovaciòn Nacional e la pinochetista “Uniòn Democrata Independiente”. La destra batte al primo turno Eduardo Frei, democristiano ed ex-Presidente (1994-2000), candidato della “Concertazione per la democrazia ”, la coalizione di centro-sinistra (Democrazia Cristiana, Partito Socialista, Partito per la democrazia, partito radicale), ininterrottamente al governo dal 1990. Frei arriva al 30%, nonostante l’appoggio della popolare Presidente socialista Michelle Bachelet.
Jorge Arrate, ex-ministro socialista di Salvador Allende e candidato della sinistra con il “Juntos podemos” (Partito Comunista, Sinistra Cristiana, Socialisti Allendisti, etc) ottiene il 6 %. La sinistra ha realizzato un “accordo elettorale” con la “Concertaciòn” per aggirare la legge elettorale ideata da Pinochet e tuttora in vigore, con uno schema fortemente maggioritario ed uno sbarramento al 5% che, se non superato, obbliga a raccogliere nuovamente le firme per potersi ripresentare. Nonostante un consenso elettorale che negli ultimi anni aveva raggiunto quasi il 10% i comunisti sono stati esclusi dal parlamento, dal golpe del 1973 fino a domenica scorsa. Oggi i comunisti conquistano 3 seggi, tra cui quello di Guillermo Teillier, presidente del PCCh. Arrate si è rivolto ai suoi elettori chiedendo di appoggiare Frei “per non far vincere la destra”.
Ma la vera “novità” è il voto ottenuto dal candidato indipendente Marcos Enriquez Ominami, conosciuto come Meo, deputato socialista escluso dai vertici nelle primarie della Concertaciòn. Suo padre, Miguel Enriquez, dirigente del MIR (Movimento della Sinistra Rivoluzionaria) fu ucciso dalla dittatura fascista nel 1974. Meo raggiunge il 20%, con un appello al voto trasversale, e con una forte critica alla gestione del governo della Concertaciòn, riuscendo a capitalizzare una parte importante del “voto castigo” verso il governo. Altrettanto trasversale il suo programma preparato da uno staff fatto da ex-miristi, ex-socialisti e addirittura da figure di spicco della destra, come nel caso della parte economica,  a carico di Paul Fontaine, un economista di destra favorevole alle privatizzazioni. In nome della “trasversalità”,  Ominami aveva risposto negativamente all’appello realizzato dalla sinistra di “Juntos podemos” per arrivare ad una lista unitaria.
Per quanto riguarda il ballottaggio che si annuncia combattuto all’ultimo voto, Ominami ha esplicitamente dichiarato di lasciar liberi gli elettori, di cui poco più del 50% sembrerebbe intenzionato a scegliere Frei. Viceversa ci sono pochi dubbi sull’elettorato di sinistra che ha votato Jorge Arrate e che in gran parte voterà il candidato della “Concertaciòn” anche se "turandosi il naso”.
La campagna elettorale è stata caratterizzata dalle mobilitazioni per il contratto dei professori e dei 2500 minatori di Chuquicamata, la miniera a cielo aperto di CODELCO, mentre domenica le popolazioni originarie Mapuche (duramente represse in base alla nuova legislazione anti-terrorista) hanno effettuato blocchi stradali al Sud del Paese reclamando la restituzione delle loro terre.
Ancora una volta, la campagna dei grandi mezzi di comunicazione, tutti  in mano alla destra (in prima fila El Mercurio, La Tercera, ed il canale TV di Piñera, Chilevisiòn etc.) è stata martellante nell’attacco al governo ed al suo candidato.
Il paradosso cileno si riassume in un consenso di più del 70% alla gestione della presidente Bachelet che però non basta a vincere. La destra cilena mantiene e rafforza il suo “zoccolo duro”, la cui base sociale non è solo nelle classi agiate, ma soprattutto nella classe media ed anche in alcuni settori popolari. Il centrosinistra dovrà battersi fino all’ultimo voto per continuare a governare, cercando di motivare una base elettorale fortemente critica con la gestione degli ultimi venti anni. Una gestione che non ha scalfito di molto il modello politico, economico e sociale ereditato dalla dittatura: un sistema elettorale maggioritario, bloccato ed escludente; uno Stato che gioca un ruolo totalmente marginale in settori chiave come educazione, sanità, gestione delle risorse idriche quasi totalmente in mano private; un’economia nelle mani delle multinazionali (settore minerario, forestale, agro trasformazione). Grazie a Pinochet, il Cile è stato il laboratorio più avanzato per l’esperimento neo-liberista della “Scuola di Chicago” poi esteso al mondo intero. I due decenni di centrosinistra sono serviti certamente per la modernizzazione capitalista, ma non ad intaccare una struttura della distribuzione del reddito profondamente diseguale (in base al coefficiente Gini la diseguaglianza oscilla tra lo 0,54 e lo 0,59). E’ così che il 20% più ricco concentra il 51,03% del PIL, mentre il più povero rimane solo con il 5,38%. 
In base all’Indice di Sviluppo Umano (ISU) delle Nazioni Unite, il Paese si trova  al 113° posto, tra gli ultimi 15 nel mondo.  In assenza di una riforma fiscale progressiva da parte del governo Bachelet, e nonostante l’applicazione di varie e sofisticate politiche sociali (fondamentalmente buoni e sussidi), la disoccupazione ufficiale raggiunge il 10%, senza contare l’estrema precarietà di migliaia di lavoratori del settore “informale”.  
Le Forze Armate mantengono una forza intatta, anche grazie ad una normativa che garantisce loro il 10% degli introiti del rame, principale risorsa mineraria. Il governo Bachelet ha speso il 4,2% del PIL per la difesa, mentre in educazione solo un risicato 3,8%.  Oggi il Cile occupa l’11° posto nel mondo per importazione di armamenti, ma il primo in Sud America, in un continente che cerca la trasformazione sociale battendosi contro i venti di guerra. Armati fino ai denti. Un dato preoccupante.
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