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Finalmente sono riusciti a convincere gli irlandesi ad accettare l’adesione dell’Irlanda al Trattato di Lisbona. Il 2 ottobre scorso hanno vinto i si con larga maggioranza, ma questa storia della ratifica dei vari trattati europei con referendum ha dell’incredibile. Somiglia molto a quando si gioca a carte con dei bambini che si vuole far vincere ad ogni costo. Finché ciò non accade, si annulla la partita e si rimischiano le carte e si continua a giocare fin quando, grazie a qualche aggiustamento compiacente, non si riesce nell’intento. Ecco, i governanti europei sembrano tanti bambini con in mano il giocattolo della costituzione europea, a cui non vogliono proprio rinunciare, nonostante i popoli, quando interpellati, cerchino in ogni modo di far loro capire che così proprio non va. Ma, secondo gli eurocrati, non capiscono, si sbagliano e devono rivotare finché non dicano si.
E’ successo ai danesi che bocciarono, con un referendum, il Trattato di Maastricht nel 1992 e furono poi chiamati a rivotare l’anno successivo con esito positivo.
I francesi e gli olandesi dissero no al Trattato di Nizza, che doveva essere la Costituzione europea secondo i suoi ideatori, nel 2005. Sappiamo poi come è andata: con piccole modifiche, spesso solo formali, si è elaborato il Trattato di Lisbona che è stato ratificato da Francia e Olanda per via parlamentare, senza ricorrere ad un nuovo referendum, disattendendo, così, la volontà popolare.
Ma i testardi isolani irlandesi ancora resistevano. Avevano bocciato la Costituzione di Nizza nel 2001 ed il Trattato di Lisbona nel 2008, sempre con referendum. Sono stati chiamati nuovamente alle urne appena un anno dopo e questa volta, complici generosi prestiti all’Irlanda della Banca Europea e la minaccia di dover affrontare la crisi da soli, hanno votato si.
Ci si chiede, però, se gli architetti costituzionali europei abbiano provato ad approfondire ed interpretare questo scetticismo diffuso. Si direbbe di no se continuano a tirare dritto sulla strada di un’integrazione europea basata solo sulle istituzioni, cioè sul contenitore, mentre nella sostanza finora sono state adottate solo politiche di contenimento della spesa pubblica, di sostegno delle imprese e di espansione delle istituzioni finanziarie ed in politica estera di rigida protezione delle frontiere dall’immigrazione dei disperati del Terzo Mondo e di assoggettamento alle iniziative di dominio del mondo degli Stati Uniti e della Nato.
I motivi del conferimento del premio Nobel per la Pace a Barack Obama potrebbero essere molti: il ritiro delle truppe statunitensi e quindi la fine dell’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan; aver convinto (e gli Stati Uniti ne hanno di argomenti per farlo) il governo golpista dell’Honduras a mettere fine al proprio tentativo e a ripristinare il Presidente legittimamente eletto; aver desistito dall’istallazione di nuove basi militari in Colombia, dall’ampliamento della Dal Molin in Italia ed aver annunciato la progressiva riduzione delle basi e delle spese militari statunitensi in tutto il mondo; aver annunciato la fine dell’illegittimo e crudele blocco commerciale a Cuba; aver preteso la revisione della sentenza che tiene nelle carceri statunitensi i 5 cubani rei esclusivamente di aver cercato di sventare futuri attentati orditi sul suolo americano; aver realizzato la chiusura della base e del carcere militare di Guantanamo; aver impedito il massacro di palestinesi a Gaza da parte dell’alleato di ferro Israele; essere riuscito a bloccare i nuovi insediamenti di coloni nelle terre palestinesi; aver tolto l’appoggio (non solo politico) al presidente colombiano Uribe, compromesso con narcotrafficanti e paramilitari.
Ciascuna di queste iniziative, e se ne potrebbero elencare tante altre, contribuirebbe, anche da sola, alla Pace nel Mondo, ma, a meno di nostre clamorose sviste, niente di tutto questo è accaduto.
E allora, a cosa si deve il Nobel per la Pace a Barack Obama? Evidentemente, per la prima volta nella sua storia, il premio viene assegnato alle intenzioni. Tutto il Mondo spera che tale fiducia sia ben riposta!
Il dittatore Micheletti in Honduras non cede alle pressioni internazionali (alquanto tiepide, a dire il vero) ed al fronte di resistenza interno. Il Paese centramericano, uno dei più poveri del pianeta, con circa il 70% della popolazione al di sotto della soglia di povertà, è stato riportato indietro di decenni. L’economia va a rotoli, cresce ulteriormente la disoccupazione e le famiglie devono confrontarsi con condizioni di vita sempre più dure. La repressione è violenta ed ha fatto più di venti vittime, non sempre registrate dalla stampa internazionale e dagli organismi per i diritti umani.
Va prestata la massima considerazione ed attenzione alle sofferenze che questa situazione sta causando alla popolazione honduregna e nello stesso tempo occorre sottolineare l’importanza strategica che l’esito del conflitto avrà sul cammino verso l’autodeterminazione ed il socialismo dei popoli latinoamericani.
Il colpo di stato del 28 giugno è stato realizzato nelle forme tradizionali che hanno caratterizzato tanti golpe latinoamericani. La reazione e resistenza della popolazione, invece, non si sta svolgendo in forma clandestina o organizzata in guerriglia, ma alla luce del sole, per le strade, in tutte le province del Paese, con marce e manifestazioni che sfidano divieti e coprifuoco sanciti dal governo golpista e cercano di coinvolgere in forma pacifica tutta la popolazione. Evidentemente, il nuovo corso latinoamericano infonde nei popoli maggiore fiducia sulla possibilità di affermare e far prevalere le ragioni della giustizia, del rispetto della volontà popolare e della tutela dei diritti dei più deboli in forma pacifica.
Il Brasile di Lula ha assunto un ruolo da protagonista nell’azione internazionale per ripristinare il governo legittimo di Zelaya e non solo per aver ospitato nella propria Ambasciata a Tegucigalpa il presidente deposto.
L’Ambasciatore brasiliano presso l’OEA (l’Organizzazione degli Stati Americani) ha denunciato con forza, nei giorni scorsi, lo stato d’assedio in cui è tenuta l’Ambasciata del Brasile e le condizioni disumane a cui sono costretti i suoi occupanti nonché l’ipocrisia delle trattative, volute dall’OEA per conto degli Stati Uniti, tra Zelaya e Micheletti che ormai palesemente sono solo il modo, per quest’ultimo, di guadagnare tempo in vista delle elezioni che dovrebbero tenersi in novembre.
Il ritorno al potere di Zelaya costituirebbe, tra l’altro, anche un importante successo politico del Brasile ed un consolidamento dei processi di integrazione e della solidarietà tra i Paesi del continente latinoamericano.
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