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di Giovanni Santini
"Patrice Lumumba non ha avuto il tempo di diventare una leggenda come Che Guevara. E’ diventato un simbolo”. Così disse il giornalista-scrittore Ryszard Kapuscinsky del celebre leader congolese assassinato il 17 gennaio 1961 per volere del governo del Belgio, con la complicità di Stati Uniti e Gran Bretagna. La sua morte lasciò il Congo nelle mani della brutale e rapace dittatura di Mobutu e poi in balia di sanguinose guerre civili, spesso dimenticate dall’Occidente, che si trascinano fino ai giorni nostri, in un’interminabile odissea per le popolazioni locali.
Patrice Lumumba era stato l’artefice dell’indipendenza del Congo dal Belgio, il 30 giugno 1960 e ne era stato il Primo Ministro nelle prime elezioni tenutesi, in cui il suo partito aveva ottenuto la maggioranza relativa.
Ma il suo agire politico e, soprattutto, il suo pensiero costituivano un pericolo troppo grande per le potenze colonialiste occidentali e per le imprese multinazionali che sfruttavano le risorse del Paese africano. Il suo obiettivo era decolonizzare il Congo, eliminare il potere coloniale europeo in tutta l’Africa e fermare il saccheggio delle risorse naturali del continente. Fu un pioniere dell’unità dei popoli africani, sognava che un’altra Africa fosse possibile, un’Africa unita nello sviluppo autonomo, nella lotta all’ingiustizia sociale e nella riappropriazione delle sue ricchezze per il suo popolo.
Con tali idee era naturale che Lumumba entrasse in rotta di collisione con il Belgio, che aveva concesso l’indipendenza solo con il proposito malcelato che in realtà nulla cambiasse nei rapporti di forza e nello sfruttamento del Paese, e con gli Stati Uniti che vedevano il rischio dell’ingresso del Congo nell’area d’influenza dell’Unione Sovietica, in uno dei momenti di maggiore tensione della Guerra Fredda.
Oggi si sa che la CIA aiutò finanziariamente gli avversari di Lumumba e fornì armi a Mobutu ed il governo belga non ha potuto fare a meno, nel 2002, di riconoscere la propria responsabilità nel suo assassinio: “… alcuni membri del governo di allora ed alcuni personaggi belgi dell’epoca portano un’indiscutibile responsabilità negli eventi che hanno condotto alla morte di Patrice Lumumba. Il Governo considera perciò appropriato porgere alla famiglia di Patrice Lumumba e al popolo congolese il proprio profondo e sincero rincrescimento e le proprie scuse”.
A 49 anni dalla sua morte, la Repubblica Democratica del Congo continua ad essere teatro di un genocidio occulto che ha prodotto fino ad oggi tra i 4 e i 5 milioni di morti, una delle maggiori crisi umanitarie dei nostri tempi che si consuma nel silenzio.
Il possesso di grandi ricchezze naturali si è convertito, paradossalmente, in una tragedia per il Paese africano. Nelle sue montagne orientali, nella regione del Katanga, si trovano giacimenti di minerali preziosi come il coltan, oltre ad oro, diamanti, rame e stagno. Il coltan – contrazione di columbo-tantalite – ha un valore commerciale elevatissimo, in quanto è presente in misura molto ridotta sul pianeta e viene impiegato essenzialmente nell’industria elettronica ed in particolare nella fabbricazione dei conduttori elettrici dei telefoni cellulari. Con l’aumento della sua richiesta mondiale, si è fatta ancora più accesa e cruenta la lotta tra gruppi paramilitari e guerriglieri per il controllo del territorio congolese di estrazione, I proventi del commercio semilegale di coltan, a cui non sarebbero estranee organizzazioni criminali europee ed asiatiche trafficanti di armi, alimenta la guerra civile, in una spirale senza fine.
Lumumba aveva tentato di incamminare il Congo sulla strada dell’affrancamento dagli interessi commerciali delle grandi potenze e multinazionali e per questo fu ucciso.
Pochi giorni prima della sua morte così scrisse alla moglie e ai figli: “Morto, vivo, libero o in prigione per ordine dei colonialisti, non è la mia persona che conta, ma il Congo, il nostro povero popolo. Non siamo soli. L’Africa, l’Asia e i popoli liberi e liberati di tutti gli angoli del mondo si troveranno sempre a fianco dei milioni di congolesi che non cesseranno la lotta se non il giorno in cui non ci saranno più colonizzatori né mercenari nel nostro paese”. E ancora: “Nessuna brutalità, maltrattamento o tortura mi hanno piegato perché preferisco morire con la testa in alto, con la fede irremovibile e una profonda speranza nel futuro del mio paese, che vivere sottomesso e calpestando principi sacri. Un giorno la storia ci giudicherà, però non sarà la storia di Bruxelles, Parigi, Washington o la ONU, ma quella dei paesi emancipati dal colonialismo e dai suoi burattini”.
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